Philippe Daverio

Philippe Daverio, papà italiano e mamma alsaziana, quarto di sei figli, nasce in Francia ma si trasferisce poi con la famiglia a Varese, dove frequenta prima la Scuola Europea e poi si iscrive alla facoltà di Economia e Commercio della Bocconi. Complice il padre, la sua passione per l’arte nasce molto presto e finisce per prendere il sopravvento. Philippe Daverio è critico d’arte, consulente artistico, docente universitario, direttore di riviste artistiche, conduttore tv, scrittore.

Professor Daverio, vorremmo parlare con lei di molte cose. Cominciamo da questa: è notizia recente la dichiarazione del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini che intende risollevare la questione dell’insegnamento della Storia dell’Arte nelle scuole, materia che era stata notevolmente tagliata, dove non del tutto eliminata, dal ministro Gelmini. Lei ritiene che questo sia un segnale positivo?

Philippe Daverio : Io ritengo che la sensibilità nuova la si stimoli a scuola. Certo è che se i ragazzi si devono formare sui testi di Storia dell’Arte che ci sono oggi in commercio posso capire che si disamorino facilmente. Magari ce ne può essere uno in una classe che si appassiona, perché lo è già di suo. Ma per gli altri rimarrà un tema troppo nozionistico. E il passaggio dal nozionismo alla passione avviene solo per miracolo. Anche se gli insegnanti di Storia dell’Arte sono il più delle volte molto appassionati rispetto alla loro materia, possono fare poco con quegli strumenti per stimolare la curiosità di un adolescente di oggi.

In Francia, invece, non si insegna Storia dell’Arte a scuola

Philippe Daverio : Sì, io ho sempre spiegato che curiosamente i paesi che sono più rispettosi di Storia dell’Arte sono Francia e Germania, dove quella materia non viene insegnata nelle scuole. Per un motivo banale; perché la cultura francese non è necessariamente la cultura artistica, ciò che forma l’identità francese è la letteratura. E nello stesso modo, ciò che forma l’identità tedesca è la letteratura tedesca. Ma in Italia non è così: l’identità italiana si basa su fenomeni molto più complessi; intanto l’Italia è, da un punto di vista popolare, polilinguistica e dialettale e la letteratura è solo uno degli aspetti che prende la lingua in Italia. Per un italiano veneziano, prima dell’italiano viene il veneziano. E poi c’è una componente visiva e fortemente musicale ma comunque con accezioni molte diverse da una parte all’altra del paese.

Una volta all’anno facciamo un incontro con gli insegnanti di Storia dell’Arte, a Firenze, insieme alla casa editrice Giunti, che è molto attiva nella scolastica e quest’anno parleremo proprio di questo, della Storia dell’arte come storia della cultura italiana. E questo è importante anche considerando una visuale più ampia; usare la Storia dell’Arte per la formazione di un’identità europea oggi. Perché l’Europa non è fondata solo sull’Euro. Ma purtroppo questo è un tema che non viene particolarmente sentito dalla Comunità Europea.

Parlando di arte e cultura come elementi portanti e fondamentali nella struttura paese, qual è secondo lei la situazione in Italia?

Philippe Daverio : In Italia la situazione è in verità molto semplice: una piccola quota della popolazione, evoluta, il 5%, che è già un numero fisiologicamente alto – se si pensa al passato, perché sono tre milioni di persone – è interessata all’argomento. Tuttavia non riescono ad influire sul resto del paese. E la sensibilità complessiva deve misurarsi con la maggioranza non con quel 5%.Ma forse, se quel 5% riuscisse a far sentire la propria voce, attraverso l’associazionismo per esempio, qualcosa potrebbe cambiare e si potrebbero ottenere dei risultati.

A proposito di questo, lei ha fondato il movimento “Save Italy”, ci può raccontare quali sono i suoi obiettivi?

Philippe Daverio : Quando si verificano delle situazioni di carattere catartico-unitario, se non altro si raccolgono delle opinioni. Per esempio, quando è sorto il problema della discarica che volevano fare a Tivoli, davanti a Villa Adriana, si è fatto in modo di sensibilizzare le persone per evitare che questo accadesse.

La cultura italiana intesa come industria, quale posto ha in Italia oggi?

Philippe Daverio : Rispetto a questo punto, in verità, io sono un po’ preoccupato. Perché la cultura percepita come sbocco economico, se da una parte ha una sua valenza, dall’altra deve essere chiaro che non è che se la cultura diventa una risorsa economica, la salviamo. La cultura deve essere prima di tutto percepita come un valore identitario, e se è così, allora può diventare anche una risorsa economica e turistica. La verità è che si dovrebbe abbandonare l’idea della cultura come puro “patrimonio” e dare vita ad un’idea più ampia di sistema culturale. La Biennale di Venezia, da praticamente vent’anni a questa parte, è gestita dalla critica internazionale, che sia il Ministero che la città di Venezia non osano contrastare in alcun modo. Chiedere ad un critico americano o svedese di venire a spiegare l’arte a chi l’arte la fa da 2500 anni è una contraddizione difficilmente spiegabile. Parlare oggi di cultura vuol dire occuparsi anche di questi temi di sensibilizzazione.

Con le sue trasmissioni, Passepartout prima e Emporio Daverio poi, lei ha battuto ogni angolo d’Italia per far scoprire le bellezze – spesso dimenticate – del nostro territorio. Cosa le ha portato questa esperienza?

Philippe Daverio : È stata un’esperienza molto bella che credo sia piaciuta moto anche al pubblico. Tanto che continuano ancora oggi a trasmetterne le repliche con grande successo di audience. Solo che ormai è diventato come “Sex and the City”, è roba di vent’anni fa, quindici anni fa. E credo che sia l’unico caso di trasmissione ad essere riproposta e messa in onda anche se non viene più prodotta. Ed anche il fatto che non si produca più dovrebbe in qualche modo far riflettere.

Quindi – per quanto riguarda la cultura – si dice che si dovrebbe fare ma poi non si fa mai

Philippe Daverio : Ma sì, diciamo che se non ci sono proventi economici intorno ad un argomento, allora non interessa. Il nostro patrimonio si trova in una situazione di grande degrado, e Pompei, di cui pure si è molto parlato ultimamente, non è un caso unico. Gran parte del patrimonio storico italiano, al Sud come al Nord, si trova purtroppo in uno stato di decomposizione avanzata. E nessuno ha mai immaginato un Piano di Recupero vero e proprio di questo patrimonio. Vorrei però segnalare l’eccezione avvenuta in Lombardia dove, un accordo tra pubblico e privato ha portato al restauro della Villa Reale di Monza, che era – di fatto – abbandonata da mezzo secolo.

Abbiamo menzionato prima l’importanza della cultura nell’identità nazionale di un paese. Volevo chiederle, quali sono secondo lei le differenze tra Italia e Francia in tal senso?

Philippe Daverio : Beh adesso un po’ meno, perché la Francia è in crisi rispetto a come era una volta, ma la Francia – nel suo insieme – difende con convinzione il proprio patrimonio. Ed è tutta la struttura pubblica che va in quella direzione. È anche il primo paese ad aver fatto un Ministero della Cultura, nel dopoguerra. Noi italiani lo abbiamo replicato, parecchi anni dopo. La Francia difende il proprio patrimonio e sa quanto questo patrimonio sia utile anche dal punto di vista della gestione della propria immagine. Gli investimenti che la Francia adopera nel settore cultura sono una cosa che noi italiani non possiamo neanche lontanamente immaginare, spende infatti quasi 7 miliardi di euro l’anno, per la cultura. Ma non solo la Francia, anche la Germania, da questo punto di vista è molto attenta. Se considera che la Germania rispetto all’Italia, spende quattro volte di più per la cultura. In Italia, il Ministero ha a disposizione un po’ meno di due miliardi di euro – dove poi, molti soldi vanno in stipendi.

E’ uscito di recente il suo nuovo libro – Il Secolo Spezzato delle Avanguardie – potrebbe raccontarcelo?

Philippe Daverio : Diciamo che nei miei libri metto insieme vari pezzi di Storia dell’Arte. Quest’ultimo libro in particolare è un tentativo di spiegare la nostra modernità recente, in un periodo che va dalla fortuna della Tour Eiffel, quando per la prima volta si illumina il cielo di Parigi e la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale quando si illumina il cielo di Hiroshima con il fungo atomico. Tra queste due illuminazione c’è sostanzialmente la Storia dell’Europa e delle sue Avanguardie. Poi, nel dopoguerra le cose cambiano ed il peso della cultura passa innegabilmente nelle mani degli Stati Uniti, che quella Guerra l’hanno vinta. E’ un’analisi delle avanguardie e dei miti che si sono formati in quel periodo. E nel termine “Avanguardie”c’è lo spirito della sperimentazione e del confronto con la Storia, la voglia di protagonismo, che poi noi perderemo alla fine delle Seconda Guerra Mondiale.

Infine, Italia e Francia, in quanto paesi vicini – e non solo geograficamente – come potrebbero lavorare insieme alla valorizzazione del loro patrimonio artistico e culturale?

Philippe Daverio : In questo momento è molto difficile perché il tema interessa poco. I francesi pensano all’Italia come a Roma. Gli italiani pensano alla Francia come a un paese di rompiscatole. Ma soprattutto, il meccanismo integrativo europeo non c’è, non esiste. Paradossalmente, c’era più Europa nel 1905 di quanto non ce ne sia adesso. Se si pensa solo a come prima la cultura circolasse in Europa. Per esempio, Marinetti in pochi anni va da Milano a Parigi, da Parigi a Londra e da Londra a Mosca. Oggi questo non c’è più. Quindi mi sento di dire che siamo molto meno europei oggi di quanto non lo fossimo nella cultura prima della Prima Guerra Mondiale. E questo è un tema che oggi, purtroppo, non suscita alcuna reattività.

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