Perché la manovra del nuovo governo è inadeguata

La prima reazione è stata quasi di sollievo. Il tanto sospirato “superamento” (la “cancellazione” è stata subito messa in soffitta nel passaggio dalla propaganda elettorale alle responsabilità di governo) della riforma previdenziale che porta il mio nome avrebbe finalmente segnato la fine dell’accanimento contro la mia persona, del quale si sono spesso alimentati, in questi anni, talk show e social media. La seconda reazione, più riflessiva, è stata di grande preoccupazione. Soprattutto dopo che è arrivata – come peraltro ci si attendeva – la lettera di ammonimento della Commissione Europea. Certo, in democrazia le scelte del popolo vanno rispettate ma è dovere di chi la pensa diversamente dalla maggioranza di esprimere un’opinione difforme, e senza necessariamente un preventivo vaglio elettorale. Anche quando il buon senso rischia di non riuscire a farsi sentire di fronte a quotidiane, roboanti “svolte storiche” (ricordo soltanto la discrezione con cui, spronato dall’allora ministro, cioè da chi scrive, il Parlamento cancellò i vitalizi a partire dal primo gennaio 2012, in concomitanza con l’avvio della riforma previdenziale, e impose un “contributo di solidarietà” sulle pensioni più elevate: non era “svolta storica” anche quella?).

E allora proviamo a usare anzitutto il buon senso per valutare la manovra per il 2018 appena varata dal governo, lasciando da parte ogni altra considerazione. E poniamoci la domanda: quando un governo si propone di destinare molte più risorse ai cittadini non dovremmo esserne contenti? Dipende, dicono gli (abitualmente, d’altronde) gli economisti e come dovrebbero dire le persone scettiche sui miracoli terreni. Da cosa dipende? Dagli obiettivi che si pongono gli stessi cittadini, da quelli del governo (che possono coincidere con quelli dei cittadini oppure, più cinicamente, mirare soltanto a incassare voti alla prossima tornata elettorale), da come gli “altri” – che nel nostro caso sono i nostri partner europei e internazionali e i cattivi di sempre, ossia i mercati finanziari e le agenzie di rating – interpretano le misure e si pongono nei loro confronti. E dai vincoli con i quali quegli obiettivi debbono fare i conti, spesso con fastidio e indebitamente attribuiti ai tecnici dal nuovo governo.

Tralasciamo il condono fiscale, che fa a pugni, oltre che con i valori civili, anche con le promesse di cambiamento, e limitiamoci a considerare le due misure più importanti della manovra: il reddito di cittadinanza – che di cittadinanza non è, avendo invece la natura di un reddito di inclusione, ma guai ad ammettere che i governi precedenti abbiano fatto qualcosa di buono – e la quota 100 per il pensionamento anticipato. Che cosa si aspetta una persona priva di lavoro e di reddito? Se è in età di lavoro, si può pensare che aspiri principalmente a trovare un’occupazione, possibilmente stabile; nessuno, o almeno non la
grande maggioranza delle persone in quella fascia di età, può infatti essere contento di ricevere un sussidio se non finalizzato alla ricerca di un lavoro, e certo nessuno deve essere incoraggiato in quella direzione.

Occorrono allora condizioni per beneficiarne e incentivi a non adagiarsi su di esso. La responsabilità del funzionamento del reddito di cittadinanza si sposta così sulla bontà ed efficacia delle “politiche attive” e dei relativi controlli, i quali dipendono dalla capacità dei centri per l’impiego di stimolare e di far incontrare domanda e offerta di lavoro. Tutti i governi degli ultimi decenni hanno lavorato per questo obiettivo, peraltro con scarso successo, in buona parte dovuto all’inadeguatezza di non poche amministrazioni regionali/provinciali a svolgere i compiti costituzionalmente loro assegnati (in particolare dalla modifica del 2001) e alla scarsa collaborazione con il governo centrale e con la recente agenzia nazionale delle politiche attive, ANPAL. Senza contare le gravi lacune nella formazione professionale, spesso cattiva utilizzatrice di fondi europei e incapace persino di selezionare gli educatori. Ci sono naturalmente lodevoli eccezioni, in particolare nel Nord-Est, ma la scommessa è ardita e se non sarà vinta (e non ci sono molti presupposti per credere che lo sarà) il rischio è che s’incoraggino le persone ad abbassare le loro aspirazioni e ad accontentarsi del sussidio.

Lo scetticismo sulla capacità del Paese di attivare il lavoro è rafforzato dall’introduzione di “quota 100” la cui unica motivazione nel documento di bilancio è “favorire il ricambio generazionale nel mercato del lavoro”. Questa è, a ben vedere, una vera e propria dichiarazione d’impotenza: poiché non siamo in grado di creare nuovo lavoro, redistribuiamo quello che c’è. Logica perversa, contraria a quella promessa di cambiamento finora millantata del governo giallo-verde. Infatti, il ricorso al pensionamento anticipato – sostanziale reintroduzione della pensione di anzianità – è stato alla base delle politiche di prepensionamento del passato che hanno deresponsabilizzato il governo e le imprese dal compito principale di promuovere il lavoro per tutti: giovani, donne e lavoratori non più giovani ma in buona salute e disponibili a lavorare. Anche stavolta ci si avvita in una spirale negativa che incoraggia il pensionamento invece del lavoro, o che incentiva il sommerso, fa crescere la spesa pensionistica presente e futura e aumenta il debito lasciato ai giovani; oltre a essere in contraddizione con il metodo contributivo di calcolo delle pensioni, introdotto nel 1995 ma soltanto per i nuovi occupati ed esteso a tutte le anzianità future solo con la riforma del 2011.

Come valutare la quota 100, con il limite dei 62 anni di età e quindi dei 38 anni di contributi? Pur comprendendo la legittima aspirazione di molti lavoratori ad anticipare il pensionamento, occorre dire che si tratta, ancora una volta, di un “regalo” alle generazioni meno giovani. Il regalo dipende dalla parte retributiva delle pensioni, ancora preponderante: l’ammontare di questa quota di pensione è normalmente superiore a quello che si avrebbe sulla base dei contributi versati. Se ciò è legittimo per lavoratori sfortunati, non lo è per gli altri, ai quali questo surplus di pensione viene concesso mettendolo in conto alle generazioni più giovani e a quelle future. E tutto ciò nel momento in cui il governo sembra determinato a punire le pensioni alte non coperte dai contributi propri. E’ vero: dal 2012 il metodo di calcolo è, per tutti, quello contributivo e ciò significa che uscendo prima si perde un po’ di pensione (una misura approssimativa potrebbe essere di circa il 4 per cento per ogni anno di anticipo). E questo potrà frenare le
uscite, riducendo l’impatto finanziario della manovra. Sarebbe molto importante, al riguardo, che i lavoratori fossero correttamente informati su quanto prenderebbero in più se posticipassero l’uscita e anche sull’eccesso di pensione rispetto ai contributi versati, in modo da fare scelte responsabili. Poiché l’INPS è attrezzata a fornire queste informazioni, il Parlamento potrebbe almeno chiedere che siano date istituzionalmente.

Rimane un ultimo punto, molto delicato: poiché queste due misure di redistribuzione sono il piatto forte della manovra e poiché la manovra punta sulla crescita economica possiamo realisticamente domandarci se vi sia coerenza tra obiettivi e strumenti. Pur con tutta la buona volontà, la manovra, sotto questo profilo, non può che ritenersi chiaramente inadeguata.

ELSA FORNERO

Professore di Economia Politica. Coordinatore scientifico del Cerp-Center of Research on Pensions and Welfare Policies. Membro del Comitato Scientifico dell’Observatoire de l’Epargne Européenne (Parigi). Ex ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali  con delega alle Pari Oppurtunità.

 

Segui il Club su:

Privacy Policy Cookie Policy