No, il regionalismo differenziato in Italia non è la secessione del Nord

Il regionalismo differenziato “all’italiana” fa discutere. E, sorprendentemente, tale dibattito non rimane confinato all’Italia. In particolare, lo spettro della “secessione” ha attirato l’attenzione dei cugini d’oltralpe. Il libro dell’economista Gianfranco Viestri, “La secessione dei ricchi” è stato oggetto di attenzione da parte della stampa francese, ma non sono poche le inesattezze che continuano ed essere dette e scritte, anche da fonti che dovrebbero essere tra le più autorevoli.

“Tutto ciò che vale per Parigi vale per la Francia”

In Francia, il dibattito ruota tutto attorno all’allarme secessione. La storia della Francia è la storia di un Paese che si è costruito tramite la lotta costante contro i poteri locali. Ecco che autonomia diventa sinonimo di rottura rispetto all’unità nazionale (i francesi direbbero: la République est une et indivisible). Ma la Francia non è l’Italia: una citazione popolare tra i geografi francesi dice «Tout ce qui est bon pour Paris est bon pour la France». Il contrario, è vero in Italia. Il fascino dell’Italia sta tutto lì: ogni regione si caratterizza per profumi, luoghi, dialetti, problemi e caratteristiche diverse, mai uguali a quelli delle altre regioni. Sta di fatto che, in Francia come in Italia, attorno alla questione c’è un abuso della parola “secessione”: presentare il tema delle autonomie come la secessione del nord ricco a discapito del sud è una semplificazione che ha come risultato quello di distorcere la realtà, o quantomeno confondere il piano giuridico e politico della questione con lo “story telling” dei populisti.

« Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (…) possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata»

Art. 116 comma 3 Costituzione Italiana
Non ce ne vogliano gli acerrimi nemici della Lega Nord (particolarmente numerosi in Francia), ma attribuire il processo di avanzamento del regionalismo differenziato al nuovo governo Lega – M5S non sarebbe intellettualmente onesto. Il regionalismo differenziato trova la sua base giuridica nella Costituzione Italiana all’articolo 116 comma 3. L’introduzione da parte del legislatore costituzionale del 2001 di quella che viene chiamata dai giuristi “clausola di asimmetria” nasce per dare una possibilità generalizzata per tutte le regioni di caratterizzarsi per forme e condizioni particolari di autonomia. Si tratta allora di uno strumento pensato per valorizzare (e allo stesso tempo gestire) le differenze che caratterizzano il territorio italiano attraverso interventi diversificati a seconda delle regioni.

“L’Italia gioca con il fuoco sulla secessione » Les Echos”
Les Echos, intitolava così il suo articolo sul regionalismo differenziato in Italia. Si tratta sicuramente di un titolo accattivante dal punto di vista giornalistico. Detto ciò, l’articolo 116.3 della Costituzione non autorizza (e non può essere utilizzato come base giuridica per) la secessione. Il fatto che la Lega costruisca il suo discorso politico (soprattutto in Veneto, tramite il suo governatore Luca Zaia) sull’indipendenza e la secessione del Nord, attiene prettamente al piano della dialettica politica (sicuramente sbagliata per chi scrive). Si sa, in un clima di campagna elettorale costante, si promette l’impossibile. Ma qualcuno dovrà spiegare a chi oggi urla “Veneto Indipendente” che il regionalismo differenziato non è sinonimo di secessione.

Tra gli italiani la solidarietà non esiste. Esiste la complicità”
Indro Montanelli

La stampa francese, ricorda come l’Unità d’Italia sia recente e fragile. E cita Indro Montanelli. Dispiace una tale superficialità nell’analisi del rapporto tra Stato e Regioni in Italia. Le identità regionali in Italia sono molto forti, così forti che sarebbe impossibile (e stupido) non valorizzarle. La lettura secondo cui il nord non è solidale nei confronti del sud pare ipocrita: sarebbe forse il caso di avere il coraggio di dire che le enormi differenze tra nord e sud del paese derivano da una pluridecennale cattiva gestione delle risorse da parte dell’amministrazione centrale. Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, nel dare nuovo impulso al tema del regionalismo differenziato, sono riusciti a sottolineare un dato che pur avrebbe dovuto essere evidente: impedire alle regioni del nord di migliorarsi non risolverà i problemi del sud.

“In varietate concordia”

I cugini d’oltralpe direbbero: “Unité dans la diversité”. Al di là di tutto, un’analisi onesta non potrebbe non ammettere che ci siano ancora ombre o aspetti poco chiari sul tema del regionalismo differenziato. Da un punto di vista non solo giuridico, ma anche sociologico servirà ripensare e ristrutturare l’idea di unità nazionale, e sicuramente i nodi che più preoccupano sono scuola e sanità. L’approccio con cui verrà implementato il regionalismo differenziato sarà poi l’elemento cardine: servirà un regionalismo cooperativo ed al tempo stesso integrativo, nel quale le regioni si impegnano a lavorare per una maggiore integrazione e non per mettere in moto una separazione. Non è da escludere, viste le forti identità regionali, che il regionalismo differenziato potrebbe effettivamente essere (paradossalmente) il giusto modo per arrivare a più integrazione. Il meccanismo sarebbe similare a quello dello spill over elaborato dai neofunzionalisti per analizzare il processo di integrazione europea. Attraverso la decisione iniziale d’integrazione di un settore/progetto (presa in maniera concordata da parte di due o più entità autonome) si genererebbe una dinamica espansiva che porterebbe all’interdipendenza dei diversi settori/progetti e quindi, a livelli d’integrazione che possono portare ad una maggiore coesione. Infine, un sistema paese che promuove le autonomie, ha sicuramente il pregio di favorire il dialogo tra centro e periferie per evitare quella sensazione fastidiosa per i territori di “non essere ascoltati” dal potere centrale. È un peccato che la stampa francese abbia deciso di dare voce (con una mossa che sembra più politica) solo ed esclusivamente alla “bufala” sulla secessione. Non sarebbe stato più consono, dare spazio anche alle voci pro- regionalismo differenziato, per magari prenderne spunto e rilanciare anche in Francia il dibattito sul decentramento? Non ce ne vogliano i cugini francesi, ma questo dibattito andrebbe riaperto anche in Francia. Ed i gilets jaunes, lo stanno dimostrando.

DAISY BOSCOLO MARCHI

Giurista in diritto pubblico internazionale e dell’unione europea.

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