Michela Marzano

Filosofa, saggista, scrittrice, editorialista su Repubblica, Michela Marzano vive a Parigi dal 1998, dove è arrivata dopo un dottorato di ricerca in Filosofia alla Normale di Pisa con Remo Bodei. A trentasei anni ottiene l’abilitazione come professoressa universitaria, e attualmente è direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali (SHS – Sorbona) e professore ordinario di filosofia morale presso l’università Paris Descartes. Recentemente è stata inscritta dal “Nouvel Observateur” fra i cinquanta pensatori più influenti di Francia.

Dirige una collana di saggi filosofici per le Edizioni PUF. Autrice e curatrice di numerosi saggi di filosofia morale e politica, fra le sue pubblicazioni in italiano ricordiamo Straniero nel corpo. La passione e gli intrighi della ragione (2004), Estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata (2009), Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne (2010), La filosofia del corpo (2010), La fedeltà o il vero amore (con M. Albertella, 2011), Etica Oggi. Fecondazione eterologa, guerra giusta, nuova morale sessuale e altre questioni contemporanee (2011), Volevo essere una farfalla (2011), Cosa fare delle nostre ferite. La fiducia e l’accettazione dell’altro (2011), Avere fiducia. Perché è necessario credere negli altri (trad. di Francesca Mazzurana, 2012), L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore (UTET 2013), Il diritto di essere io (Laterza, 2014), Non seguire il mondo come va. Rabbia, coraggio, speranza e altre emozioni politiche (con Giovanna Casadio, UTET, 2015), Papà mamma e gender (UTET 2015) e la sua versione francese Papa, maman le genre et moi (Albin Michel, 2017), L’amore che mi resta (Einaudi, 2017).

Lei è scrittrice, filosofa, professoressa. Il suo ruolo, in tutte queste ramificazioni del suo lavoro, è molto attivo. Partecipa a dibattiti, presenta i suoi libri, insegna ai suoi alunni un modo di pensare e di intendere la vita che parte dallo studio e affonda però le sue radici nelle problematiche della società contemporanea, dando vita a riflessioni molto concrete. Come intende oggi la responsabilità degli intellettuali, degli scrittori, degli insegnanti e dei filosofi? Non nota un ritorno all’intellettuale “puro”, avulso dai problemi odierni, mentre forse l’intellettuale dovrebbe ricominciare a mostrarsi engagé? Pensa che sia colpa di una crisi dell’ideologia, un riflesso dei nostri tempi, nei quali l’individualismo prevale sulla solidarietà?

Michela Marzano : Effettivamente io credo che sia assolutamente necessario che l’intellettuale torni ad essere “engagé” e quindi la smetta di trincerarsi in una torre d’avorio, proprio perché mai come oggi c’è il bisogno del ritorno del pensiero critico e di strumenti critici da comunicare, da trasmettere ai giovani per potersi orientare. Il mondo è complesso e all’interno di questa complessità, l’intellettuale deve dare chiavi di lettura. Noi viviamo in un momento di fiducia ce n’è poca, le società sono soprattutto caratterizzate da sfiducia e da paura. Ora, dobbiamo ripensare la fiducia. Solo gli intellettuali possono veramente ripensarla, per insegnarla, per comunicarla ai giovani.

In questi anni difficili sta riemergendo, da parte delle persone, una “domanda di senso”, come lei stessa l’ha definita. Ha citato il medico e filosofo francese Georges Canguilhem, il quale afferma che dietro ai successi sociali si nasconde spesso uno “scacco esistenziale”. Pensa che lo scacco esistenziale che paghiamo per mostrarci sempre vincenti in realtà sia indice di una profonda mancanza di senso che si è perpetrata negli anni, e come recuperare questo senso?

Michela Marzano : La questione del senso, insieme a quella della fiducia,  è effettivamente centrale. Non si sa più da dove si viene e quindi non si sa nemmeno dove si può andare. Quindi ci si interroga sul senso che può avere la vita. È chiaro che la vita non è un lungo “chemin” tranquillo. Ci sono dei momenti di difficoltà, ci sono delle sfide,  ci sono dei momenti in cui si cade, ma ci si deve anche poter risollevare. Il senso della vita non viene nemmeno  quando si è costretti ad essere altro  rispetto a quello che si è, e non si ha la possibilità di essere se stessi perché c’è sempre qualcos’altro che ci viene chiesto di fare, di dire o di essere.

Lei è anche parlamentare, non più nel Pd ma nel gruppo misto. Ha affermato che i valori per lei sono rimasti quelli per cui ha combattuto, come i diritti civili e femminili, la legge sul doppio cognome, il percorso di continuità affettiva per quanto riguarda le adozioni. Il Partito Democratico però, a suo avviso, non ha difeso coerentemente i propri valori. Cosa ha visto di disfunzionale nella politica italiana, e quali sono le differenze con la politica adoperata nel suo paese d’adozione?

Michela Marzano : Non credo che ci siano cosi tante differenze tra la politica vissuta e operata in Italia e la politica vissuta e operata in Francia. Mi permetto di ricordarlo, quando mi era stato chiesto nel 2013 dal segretario del partito democratico, Luigi Bersani, di accertare la candidatura per il partito democratico, mi era stato chiesto di farlo per portare avanti in  parlamento quelle battaglie intellettuali sui diritti, che da tanti anni, portavo  avanti sia in Francia che in Italia. Peraltro, una cosa che dico sempre : non sono io che ho  lasciato il partito democratico ma è il partito democratico ha lasciato me, perché ha perso di vista i valori e le idee per i quali mi avevano chiesto di contribuire al cambiamento e all’accompagnamento dell’ Italia.

Si batte affinché l’Italia, paese che non ha mai abbandonato pur vivendo in Francia, sia più preparata socialmente, culturalmente ed in ultimo politicamente. Oltre alla crisi economica, infatti l’Italia sembra essere toccata da una crisi ideologica e culturale, lei ha parlato di “provincialismo culturale italiano”. Cosa manca all’Italia per essere più preparata, e cosa dovrebbe acquisire? Che differenze nota tra la società francese e la società italiana?

Michela Marzano : Una cosa che secondo me, caratterizza molto la società italiana è l’idealizzazione dell’altrove: questa tendenza a immaginare che altrove, è possibile di trovare le cose che vanno sempre e comunque meglio, non sempre è vero. Quello che manca all’Italia è la capacità di valorizzarsi, gli italiani vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto. E quindi non valorizzano quello che c’è di importante e quello che c’è di bello, le capacità, le competenze, il coraggio di prendere dei rischi, la storia e la tradizione… tutto quello che difatti permette poi a tanti italiani che vanno all’estero di riuscire all’estero ! Se mi posso permettere di dare un consiglio agli italiani, direi loro di non dimenticarsi mai di quello che viene dal nostro territorio, della nostra storia, quello che viene delle battaglie che hanno fatto i nostri padri, i nostri nonni, i nostri intellettuali, perché questa è la finalità dell’Italia. In Francia, invece, c’è la tendenza ad essere pessimisti,  a non prendere le iniziative, ma c’è sempre stata la fierezza di essere francese.

Lei vive a Parigi ormai da molti anni. Il suo lavoro, i suoi studi, i suoi affetti, tutto è iniziato ed è proseguito lì, nonostante il suo legame indissolubile con l’Italia. Come mai non è tornata, cosa la lega a Parigi e cosa la lega invece al nostro Paese? Cosa direbbe a un giovane che, disilluso dall’Italia, ha in programma di trasferirsi in Francia?

Michela Marzano : Direi che questa esperienza è molto bella ma anche molto complicata. Vivo sempre tra due lingue, tra due paesi, due culture, due memorie, due storie condivise,  e questo se al tempo stesso mi arricchisce, talvolta, mi crea una nostalgia costante perché quando sono in Francia mi manca l’Italia e quando sono in Italia mi manca invece la Francia ! Tutto quello che ho imparato o acquisito. Dopodiché, che consiglio dare ? Venite in Francia, anche semplicemente per imparare, per conoscere, per aprirvi, per scoprire, per incontrare. L’incontro col l’alterità ci rende molto più sensibile, molto più ricchi, sapendo però che ogni volta che si lascia il proprio paese,  appunto si lascia… c’è un pezzo di sofferenza che non ci può lasciare .

È stata relatrice per la legge sul doppio cognome, che ai tempi della sua proposta era stata ritirata, e che avrebbe posto l’Italia alle posizioni della Francia e di tanti altri paesi europei. Ad oggi, dopo la sentenza della Corte costituzionale, il Senato sta discutendo una legge sul tema, e in ogni caso non è possibile attribuire il solo cognome della madre. Allo stesso modo, lei si è espressa sulla fecondazione eterologa, una delle diverse forme di procreazione medicalmente assistita. In Francia esiste una parola per indicare i “genitori sociali” e uno per indicare i “genitori biologici”, il dono di gameti avviene, dal 1994, sulla base dei principi di gratuità e di anonimato, e per quanto riguarda la procreazione assistita il governo francese ne prevede l’apertura “tutte le donne”, anche single e omosessuali, nel 2018. In Italia la fecondazione eterologa è possibile dal 2014, ma in una regione come la Lombardia non sono mai state definite le linee guida e le procedure per passare dalla teoria alla pratica. Perché a suo avviso l’Italia soffre ancora di questi retaggi sociali e culturali, che poi inficiano naturalmente tutti gli ambiti?

Michela Marzano : Il problema che ogni qualvolta in Italia si tratta di affrontare le questioni che tendenzialmente si definiscono politicamente sensibili… C’è una forma di blocco  … talvolta c’è un retaggio culturale arcaico conforme anche al maschilismo. Ma la domanda faceva riferimento alla questione del doppio cognome. Per quanto riguarda la questione dell’inseminazione artificiale, entra in ballo la forte presenza della chiesa cattolica. Ci sono alcuni parlamentari che senza conoscere le tematiche dall’interno, bloccano le leggi e tirano fuori tutti i discorsi sulla famiglia, sulla famiglia normale, come se esistesse la normalità di una famiglia piuttosto che un’altra. Come se il desiderio dei figli non fosse ciò che può fondare realmente la paternità e la maternità. Quindi c’è molto cammino ancora da fare in Italia.

Il caso Weinstein ha scoperchiato un vaso di Pandora. Gli anni di paternalismo, di donne ritenute incapaci di autodeterminarsi, di mancanza della cosiddetta cultura del rispetto, sono stati portati sotto le luci dei riflettori. In un suo articolo recente lei scrive che chi detiene il potere, come affermava Montesquieu, è portato ad abusarne se non incontra dei limiti. Perché in tutti questi anni non siamo stati in grado di porre dei limiti, a partire dallo Stato, che dovrebbe garantire in tal senso. E invece le donne hanno sei mesi di tempo per denunciare le molestie subite, come se avessero una data di scadenza, e, come abbiamo visto nella triste vicenda delle studentesse violentate dei carabinieri, aleggia ancora sovente l’idea che una donna molestata o stuprata abbia in fondo qualche responsabilità in merito. Perché si è imposta questa cultura della vergogna al contrario, in cui si diventa consenzienti al potere dal momento che non ci si sente tutelati da esso?

Michela Marzano : Io, come ultimo atto parlamentare, ho depositato una proposta di legge in cui chiedo che i limiti di tempo per poter depositare una querela da chi ha subito una violenza sessuale, sia esteso a 10 anni. La richiesta è giustificata dal fatto che quando una donna subisce una violenza sessuale, talvolta ha bisogno di tantissimo tempo per ricostruirsi, per fare pace con se stessa, per trovare le parole per dirlo e ricostruire un quadro tale che le permetta di parlare delle violenze subite. Questo lo dico nonostante la parola delle donne si stia liberando. In riferimento al caso Weinstein, quello che mi ha molto colpito in Italia, è stato vedere che, a differenza della Francia dove effettivamente si da molto spazio alle parole liberate dalle donne, ci sia un’atteggiamento di quasi ostilità nei confronti delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Tanto è vero che Asia Argento ha deciso per un lungo periodo di andarsene dall’Italia e di essere accompagnata dal suo percorso di sofferenza soprattutto dalle donne. Questo è il  vero paradosso.

Il dramma del “fine vita” ci riguarda tutti, e la dignità della persona consiste anche nell’avere il diritto di avere potere decisionale sulla propria vita e sulla propria fine. A oggi, la legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), ossia il testamento biologico, è finalmente in dirittura d’arrivo. Un piccolo passo di civiltà che però era già stato seminato in Italia, ad esempio dal caso Englaro e dalla coraggiosa battaglia del padre di Eluana. Com’è possibile che, pur essendoci i semi di quella che è un’affermazione della libertà individuale e del diritto all’autonomia personale, ci è voluto tanto per portare a termine questa battaglia?

Michela Marzano : Intanto per fortuna, la legge sulle direttive anticipate sul fine vita è stata approvata definitivamente. C’è l’abbiamo fatta! Certo, c’è voluto un tempo lunghissimo perché come nel caso dell’inseminazione e della fecondazione artificiale, la questione sul fine vita è un argomento sensibile. Dopodiché per fortuna, è stato preso sul serio il principio di autonomia. È stata presa sul serio la questione dell’autodeterminazione quindi un passo in avanti importante è stato fatto. Ma non basta. Bisogna ancora andare oltre, perché alcuni casi non vengono ancora contemplati dalla legge italiana. Speriamo che nella prossima legislatura ripartendo di  nuovo daccapo, ci siano persone capace di difendere il punto di vista di chi sa di soffrire e che non dovrebbe mai essere privato della propria soggettività.

In un articolo, lei ha parlato della reazione di Etienne Cardiles, compagno di Xavier Jugelé, il poliziotto ucciso sugli Champs Elysées, ha sottolineato quanto sia “ importante non perdere mai di vista i valori fondatori delle nostre democrazie occidentali. Ci si deve battere contro l’odio, ma non per questo si deve odiare. Ci si deve difendere contro la barbarie, ma non per questo ci si può dimenticare che chiunque, come spiegava Hannah Arendt, può commettere il male quando immagina che l’unico modo per contrastare l’intolleranza sia quello di diventare a sua volta intolleranti.” Come reazione al terrorismo spesso vi è una strumentalizzazione da parte di una certa componente politica, che porta all’islamofobia, e questa islamofobia è contrapposta al “non odiare”, che invece afferma la nostra cultura, la nostra intelligenza, la nostra solidarietà. Non odiare è un’utopia?

Michela Marzano : No, non credo che sia un’utopia. Credo tra l’altro che sia un dovere, cercare di trasmettere i valori della carità, dell’amore e del non odio per i giovani. Viviamo in una società che è molto violenta, estremamente conflittuale in cui sta venendo  meno la nozione di rispetto. Una cosa che faccio con i miei studenti, insegnando filosofia morale: riparto proprio dall’amicizia.  Cerco di spiegare loro come ogni essere umano deve essere rispettato, perché solo attraverso il rispetto si riconosce l’interesse per l’essere umano e la dignità. Dopodiché, il non odio è una conseguenza dell rispetto . Ecco perché non è un’ utopia, se insegno ai più piccoli che ognuno di noi merita il rispetto in quanto l’essere umano è pieno di dignità, gli permetto anche di capire perché non è possibile odiare l’altro, perché l’odio  distrugge.

Lei è una grande sostenitrice, in ogni campo, della libertà. La libertà di opporre un rifiuto a un capo molesto, la libertà di decidere come iniziare e come finire la propria vita, la libertà di affermare le scelte che ci coinvolgono in prima persona, la libertà di vivere secondo i principi della democrazia, la libertà di un uomo di dire al proprio compagno assassinato, pubblicamente che lo ama, quest’ultimo in riferimento al sopracitato Cardiles. Cos’è per lei l’essenza della libertà?

Michela Marzano : A me piace sempre ricordare che lui per primo ha concettualizzato il principio di libertà,  all’interno del contesto politico di John Stuart Mill, padre del liberalismo. Lui diceva che l’unico modo  attraverso il quale ogni essere umano può affermare la propria specificità e distinguersi dagli altri era di  andare alla ricerca di ciò che ci porta a differenziarci dagli altri. Per quali motivi dico questo? Perché, la libertà è la libertà di poter essere se stessi, diversi, di non seguire il mondo come va, ma di poterci anche opporre se non corrisponde alle nostre aspettative. La libertà assoluta non esiste. Ognuno di noi è inscritto, vive nel spazio temporale, esistono dei limiti, e la realtà per definizione, si oppone all’onnipotenza del desiderio. La libertà consiste giustamente nell’individuare e  porre dei limiti per evitare di fare del male agli altri, fornendo gli strumenti per poter costruire un progetto di vita, cercando di seguire nella misura del possibile, i propri desideri.

Valeria Merli

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