Éric Naulleau

Éric Naulleau è traduttore, scrittore, editore critico letterario. Molte passioni racchiuse in una sola vita, che comincia a Baden Baden in Germania nel marzo 1961. Dopo aver studiato lettere a Nanterre, Naulleau se ne va a lavorare in Bulgaria dove si lascia travolgere dalla letteratura balcanica a tal punto da proporre in Francia la traduzione dell’opera di Minkov e Konstantinov, « Le cœur dans la boîte en carton ». Dopo alcuni rifiuti, nel 93 decide di creare lui stesso una casa editrice chiamata L’Es¬prit des Pénin¬sules. Questo nome sembra provenga da una riflessione del romanziere Yordan Raditchkov che aveva detto una volta a Naulleau: “Ciò che unisce noi balcanici agli scandinavi, è forse proprio lo spirito delle penisole”.

Si da come obiettivo quello di sostenere e far conoscere in Francia il meglio della letteratura mondiale, e – sempre con questo intento – crea il programma Les belles étrangères de Centre National du Livre. Naulleau dirige personalmente le sezioni dedicate alla letteratura balcanica e dell’est. I sui sforzi vengono riconosciuti e ricompensati nel 2004 con il premio di traduzione dell’UNESCO per il romanzo bulgaro « Adieu Shan¬ghai » di An¬gel Wagen¬stein. Durante tutto il percorso di lavoro della casa editrice, conclusosi nel 2007, verranno pubblicati quasi duecento titoli.

Allo stesso tempo Naulleau lavora come critico letterario per il mensile Le Matricule des Anges e , in seguito anche per Paris Match. Scrive inoltre degli articoli sulla letteratura e gli autori contemporanei. Con Pierre Jourde, nel 2004, pubblica una parodia del famoso manuale di letteratura Lagarde&Michard, con il titolo Le Jourde&Naulleau.

Naulleau costruisce la sua carriera anche come cronista alla TV per Paris Première (Ça balnace à Paris) e alla radio per France Inter (J’ai mes sources). Il successo in quanto personaggio pubblico arriva però con la partecipazione a numerose stagioni della trasmissione televisiva di France2 “On n’est pas couché”, dove, insieme al collega Eric Zemmour, accende molte discussioni durante i dibattiti e le interviste agli ospiti.

Dal 2010 conduce l’emissione culturale Ca Balance à Paris su Paris Première. E dal 2011 la trasmissione Zemmour & Naulleau, diffuso sullo stesso canale. Collabora regolarmente con il magazine Le Point nella sezione letteratura e dibattiti.

Inoltre, il finale di stagione di Zemmour & Naulleau è stato di quelli da fuochi d’artificio, con una promozione in prima serata, per testare il terreno in vista anche delle elezioni presidenziali del 2017.

Signor Naulleau, lei è stato immerso nel mondo della cultura come Obelix è stato immerso nella pozione magica. Può dirci quale super potere gestisce con più disinvoltura?

Éric Naulleau: Io menzionerei prima di tutto il super potere che rimpiango di più di non avere : il dono dell’ubiquità. Alle volte, in effetti, mi tornerebbe molto utile. Ho avuto la fortuna di avere una nonna che mi ha insegnato a leggere molto presto, ben prima dell’inizio della scuola e, quando le lettere hanno cominciato a formare delle sillabe, le sillabe delle parole, le parole delle frasi e le frasi dei libri, mi è sembrato ad un tratto di aver acquisito un super potere che mi dava accesso al mondo e all’immaginario. La risposta alla sua domanda è quindi: la lettura.

Scherzi a parte, può raccontarci il suo percorso da traduttore e scopritore di nuovi talenti letterari a conduttore televisivo?

Éric Naulleau: Con diversi nomi certo (editore, traduttore, critico letterario, cronista, presentatore…) ma a me sembra di aver esercitato sempre una sola professione: il lettore. Inoltre ho anche insegnato il francese, senz’altro il solo mestiere per il quale mi sia sentito naturalmente dotato. Il mio curriculum menziona anche il fatto che ho prestato servizio per cinque anni in qualità di assistente parlamentare – a questo punto sono obbligato a crederci anche io. Nel 2005, ho pubblicato Au secours, Houellebecq revient! (Aiuto, è tornato Houellebecq !), un libro il cui titolo parla già da sé e che mi è valso vari inviti in televisione. Durante un passaggio televisivo su LCI, sono stato notato da Valérie Expert, la quale mi ha menzionato ai produttori della trasmissione Ça balance à Paris, dove ho mosso i miei primi passi come cronista. Ho conservato un ricordo molto preciso del mio primo intervento, come un salto nel vuoto – se qualcuno mi avesse annunciato a quel tempo che poi di quella trasmissione sarei diventato il presentatore, poiché è proprio così da sei anni a questa parte, sarei stato il primo ad essere sorpreso.

Lei è un grande appassionato di letteratura balcanica. Una cultura, quella balcanica, densa di fascino e contraddizioni. Un misto di ferite e forza d’animo. Ce la può raccontare come l’ha vissuta lei?

Éric Naulleau: Non so più chi ha detto che i Balcani producono più storia di quella che possono contenere – questa formula mi sembra ahimè la sintesi della loro situazione, così come documentato da tutta la storia del XX° secolo. Eccesso di storia, insufficienza di spazio. Questo destino pesa in maniera consistente sulla letteratura dei diversi paesi della penisola, saturata da miti mai spenti e da un passato che non passa mai – durante la crisi del Kosovo, gli scrittori serbi facevano spesso riferimento alla battaglia del Campo dei merli che oppose l’Impero ottomano ai principi cristiani… il 15 giugno 1389. La mia percezione dei Balcani è da considerarsi sia dal punto di vista sensibile che intellettuale. Mi sento bulgaro dalla parte della mano sinistra (quella che porta la fede), ne amo i paesaggi, le persone, ne apprezzo anche i lati più negativi – mi ci sento bene, semplicemente. Un’altra cosa che apprezzo è che la letteratura viene presa sul serio, al contrario della Francia, dove si prendono sul serio solo i libri, ma non la letteratura.

Com’è nata l’idea della casa editrice, “L’Esprit des Péninsules”?

Éric Naulleau: Ai tempi in cui insegnavo in Bulgaria, uno dei miei alunni più dotati, Krassimir Kavaldjiev, mi ha portato la traduzione di uno strano romanzo bulgaro pubblicato nel 1933: Le coeur dans la boîte en carton di Svetoslav Minkov e Konstantin Konstantinov. Strano prima di tutto perché scritto a quattro mani sul principio del gioco dei cadaveri eccellenti – ogni autore è responsabile di un capitolo in modo alternato e fa in modo di lasciare il collega nella situazione più difficile possibile. Strano anche perché il personaggio principale è un poeta senza più ispirazione, il quale scopre che il suo cuore è scomparso dal petto – ne approfitto per consigliarlo a tutti gli scrittori: se non riuscite più a scrivere nulla di buono, andate a consultare il vostro medico di famiglia piuttosto che ostinarvi a pubblicare quei libri che troppo spesso si trovano in libreria. Infine la sua stranezza viene dal fatto che il protagonista, Valerian Plamenov, parte alla ricerca del suo cuore e va a Parigi, una Parigi contemporanea dei grandi testi surrealisti e allo stesso tempo smagnetizzata, rastrellata da pullman di turisti giapponesi, con tanto di macchina fotografica a tracolla! Quando sono tornato in Francia, non avendo trovato un editore disposto a pubblicare questo testo, ho creato io stesso una casa editrice al solo scopo di pubblicare quel romanzo. La mia intenzione era quella di fermarmi lì, ma l’avventura di “L’Esprit des Péninsules” è durata invece ben 14 anni.

Lei ha scritto, insieme a Pierre Jourde, una parodia del famoso manuale letterario Lagarde& Michard, cosa voleva comunicare?

Éric Naulleau: Si tratta prima di tutto di un omaggio a André Lagarde e Laurent Michard, autori di questo classico dei classici scolastici sul quale molti di noi hanno acquisito le basi della storia della letteratura. Il nostro progetto si distingue tuttavia da quello originale per un punto fondamentale: Lagarde e Michard si occupavano del meglio della letteratura del passato, noi ci dedichiamo al peggio della letteratura del presente.

Dai libri alla radio e poi alla TV. Salti rocamboleschi che l’hanno portata agli onori delle cronache per gli animati dibattiti televisivi nel corso della trasmissione “On n’est pas couché”. Pensa che questo tipo di dibattito sia d’aiuto ai telespettatori per comprendere la realtà tramite diverse chiavi di lettura?

Éric Naulleau: È successo, e succede ancora, che degli scrittori ci insegnino più cose sui tempi in cui viviamo che i politici, i giornalisti, i sociologi, ecc. Da questo punto di vista, i dibattiti letterari hanno altrettanta importanza che i dibattiti in parlamento. Più in generale, sono convinto, con una convinzione regolarmente tradotta in atti, che le opere dello spirito e dell’ingegno debbano essere oggetto di scambi di idee e di dibattiti contraddittori.

Come descriverebbe oggi i programmi televisivi francesi? In una scala di valore da uno a dieci, secondo validità e ricchezza di contenuti?

Éric Naulleau: Darei senz’altro il voto 10. Ed il motivo è che il numero di canali a disposizione da a tutti, in ogni momento la possibilità di fare zapping quando ci si trova davanti alla stupidaggine, alla volgarità e all’insignificanza ed optare per l’eccellenza e la cultura (l’eccezionale qualità dei programmi di ARTE è solo un esempio tra molti altri). Trovo esasperante ascoltare l’idea falsa, e tuttavia trasmessa in maniera compiacente da coloro i quali parlano senza sapere quel che dicono, che non ci sia nulla di buono da guardare in televisione o niente di buono da leggere nei giornali – io, al contrario vorrei disporre di più tempo per leggere e guardare tutto ciò che attira la mia attenzione e mi appassiona.

Secondo lei, quale ruolo ha la cultura nella società francese del ventunesimo secolo?

Éric Naulleau: Domanda complessa! La cultura deve restare al centro delle nostre preoccupazioni, poiché la cultura è una delle basi fondamentali dell’identità francese. In quanto mediatore culturale (critico…), devo rimettere seriamente in causa l’idea che la grande cultura sia destinata solamente ad un élite e che le masse debbano consacrarsi alle cose più mediocri.

Durante le diverse stagioni della trasmissione “On n’est pas couché”, è nato il duo con il suo amico e collega, lo scrittore Eric Zemmour, che si è poi riformato in una trasmissione tutta vostra, che porta il vostro nome, Zemmour&Naulleau. Come l’avete pensata? E in cosa è diversa dalle altre?

Éric Naulleau: Il concept di “Zemmour&Naulleau” è venuto in mente al produttore di “Ça balance à Paris”, Pierre-Antoine Capton. L’intenzione era quella di continaure sul filone di questo strano duo, non più nel quadro di un talk show, ma di una trasmissione politica, sempre nell’idea di avere opposizione destra/sinistra. La sola trasmissione politica di questo genere in onda in prima serata (il mercoledì alle 20.40). E senza dubbio anche la più imprevedibile, anche e forse soprattutto grazie ai suoi presentatori.

A questo punto, qual è il prossimo progetto che vorrebbe realizzare?

Éric Naulleau: Il prossimo 23 novembre, sarò sul palco del teatro Les Bouffes du Nord, in compagnia del mio idolo da ormai 40 anni, il rocker inglese Graham Parker. Leggerò degli estratti del libro che gli ho dedicato (Parkeromane) e lui risponderà ogni volta con una canzone di cui si parla nell’estratto scelto. Un’occasione per scoprire quello tra i libri che ho scritto di cui vado più fiero ed anche per incontrare una leggenda vivente del rock. Spero che sarete numerosi a venire a vedere il mio sogno che si realizza.

Tornando all’attualità, secondo lei, cosa rappresenta oggi la “politica”?

Éric Naulleau: Un tentativo sempre più disperato di salvare e a volte di trovare ciò che ci tiene uniti, al di là dei nostri interessi personali. Di creare, insomma, una collettività a partire dagli individui.

In questo momento, l’Europa si sta confrontando con diversi problemi: disaffezione e proteste dei cittadini europei che non credono a questo modello di Europa (vedi le regole imposte da Bruxelles) e la crescita della disoccupazione, tra le altre cose. L’esito sembra incerto, soprattutto se si aggiunge la questione dell’immigrazione e la paura legata al terrorismo islamico. I partiti politici speculano. La destra non vuole accogliere gli immigrati, anche se sono proprio i politici liberali di destra a favorire l’accoglienza di una mano d’opera a buon mercato (Germania docet). La sinistra, invece, pensa di poter risolvere il problema accogliendo tutti, indistintamente e senza preoccuparsi degli aspetti legati all’integrazione sociale di questi immigrati. Si ha l’impressione che queste due visioni apparentemente opposte, favoriscano in realtà il “mercato”. Qual’è la sua idea in proposito?

Intanto voglio dire che non mi riconosco nella sinistra caricaturale che lei descrive. Tuttavia, devo ammettere che sulla questione del “mercato”, lei ha toccato un punto giusto. Bisognerà ad un certo punto che una certa destra ed una certa sinistra, diciamo liberali, si interroghino profondamente in merito alle rovine che il mercato ha provocato sull’identità nazionale tra le altre cose. Per quanto riguarda la costruzione europea, io ci credo ancora molto poiché si tratta di uno di quei rari progetti prometeici proposti alla mia generazione e alle successive, una delle rare occasioni politiche per superarci. Per quanto riguarda la questione degli immigrati, vorrei rimandare i vostri lettori al mio articolo recentemente comparso sul quotidiano Le Monde.

Abbiamo notato, con una certa curiosità, che in alcuni talk-show, dei giornalisti introducono dei “nomi” che esplicitano spesso la loro appartenenza sociale o religiosa. Seconod lei, a cosa è legata questa voglia di identificazione?

Éric Naulleau: La mondializzazione produce di riflesso un inasprimento delle identità locali e personali (l’esempio catalano è solo uno degli ultimi casi). L’affermazione dell’Islam spinge altri credenti a sottolineare la propria fede. Quanto alle origini sociali, non si tratta solo di rispondere al vecchio precetto di indicare “da dove si parla”, ma soprattutto di precisare immediatamente che non si appartiene alla categoria dei radical chic – un biasimo divenuto ormai un’arma di di-squalifica di massa. Facendo la somma di tutti questi fenomeni, si arriva all’anarchia degli atomi” teorizzata da Robert Musil, uno dei miei autori preferiti da sempre. E così finiamo lì dove avevamo cominciato: la lettura.

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