Chi ha paura delle riforme

Una riflessione sul concetto di riforma, applicato ai sistemi di welfare, condotta dall’autrice del grande cambiamento pensionistico italiano del 2011.

Il sistema previdenziale pubblico è stato, per decenni, il grande strumento di prevenzione della povertà nell’età anziana. Ha offerto sicurezza e garanzie per un periodo della vita caratterizzato da fragilità e insicurezza. Ha mitigato i costi economici e sociali delle imponenti trasformazioni produttive degli ultimi settantanni; ha compensato (sia pure in maniera parziale e imperfetta) i limiti del mercato del lavoro, in particolare per quanto concerne le difficoltà occupazionali di donne e lavoratori anziani. In Italia, ha rappresentato la via preferenziale al welfare nel suo complesso, sulla quale si sono concentrati gli sforzi delle politiche redistributive a scapito di politiche sociali più largamente presenti in altri paesi (per l’infanzia, la famiglia, contro la mancanza di reddito da lavoro).

Da un punto di vista socio-politico, il sistema pensionistico è stato però anche terreno di scontro non solo sociale ma anche, in maniera meno trasparente ma non meno importante, generazionale. Si è trattato, in particolare, del luogo preferito delle promesse elettorali e della “generosità” politica miope rispetto alle grandi trasformazioni demografiche ed economiche e agli interessi di medio-lungo periodo del Paese; dell’ambito di creazione di consenso politico, attraverso la segmentazione sociale e l’attribuzione di privilegi. E’ stato anche il luogo dello scarso coraggio politico, dimostrato dalla lunghezza esasperante del processo di riforma e dalle politiche di stop and go.

La trasformazione di questa istituzione, in risposta ai cambiamenti strutturali della demografia e dell’economia, è avvenuta in tutta Europa, secondo linee comuni che, lungi dal rigettare l’idea forte di “protezione sociale” degli individui, hanno impostato su basi più sostenibili e più eque il “contratto tra generazioni” sul quale essa poggia. Il processo di riforma ha interessato anche l’Italia, in misura non inferiore a quella di altri Paesi europei, ma molto più lenta e con una forte propensione ad agire in emergenza.

Le riforme non sono state indolori. E tuttavia sofferenze e risentimenti da esse provocati sono stati amplificati sia dalla sensazione (peraltro giustificata) di scarsa condivisione dei sacrifici da parte di gruppi privilegiati (soprattutto in ambito politico), sia da una loro distorta rappresentazione mediatica, che ha trattato le riforme in termini di mera “austerità”. La dimensione di “investimento sociale” delle riforme si è persa in un “racconto” che ha fatto leva soltanto sui “diritti negati”, sull’adeguamento a vincoli di bilancio mal compresi e ritenuti un’imposizione dell’estero, su luoghi comuni, come il lavoro degli anziani sottratto ai giovani.

Comprensione e consapevolezza non avrebbero ridotto i sacrifici, ma li avrebbero resi meno gravosi e forse più facilmente tollerabili. Invece, l’insistenza sulla loro inefficacia (per il perdurare degli squilibri finanziari) o non necessità (perché la situazione non sarebbe comunque degenerata in crisi) ha ostacolato il realizzarsi di un raro momento di slancio in avanti del Paese.

Entro questa cornice, il libro si propone, senza presunzione, precisamente come contributo alla comprensione e alla consapevolezza. L’intento non è “politico”, nella normale, limitata accezione del termine ma piuttosto “pedagogico”, in coerenza con una vita dedicata all’insegnamento e alla ricerca e con la convinzione che non esiste un’unica rappresentazione “vera” dei fenomeni sociali. Anche per questi motivi, il linguaggio è semplice, alla portata del lettore non specialistico. Si inquadra in un’azione di “alfabetizzazione economica” che consenta al cittadino informato di comprendere le grandi linee delle trasformazioni in atto nella previdenza pubblica.

Dalla descrizione della pensione individuale, nella quale è centrale il concetto di rischio (grande assente nelle discussioni quotidiane in materia) ha inizio un cammino intellettuale che si snoda attraverso il sistema pubblico, toccando specificatamente i suoi metodi di finanziamento e anche (sia pure in maniera “lieve”) le formule che stanno alla base del calcolo della pensione e le loro implicazioni, per esempio in termini di equità nei rapporti tra generi e generazioni.

In questo cammino, si definiscono quindi le caratteristiche del “buon” sistema pensionistico, sottolineando l’inesistenza del “sistema ottimo”. Si affronta poi il tema delle riforme, delle loro motivazioni e caratteristiche; del perché i politici sono restii a introdurle e dei modi in cui sono raccontate dai media e percepite e accettate (o rifiutate) dai cittadini. Se ne considerano infine gli aspetti di investimento sociale.

Il lavoro termina con un capitolo che prende in esame il processo italiano di riforma per valorizzare ciò che è stato acquisito e mettere in guardia contro i rischi di nuovi stop o retromarce.

Lo scopo ultimo del libro è di far risaltare i molteplici valori che sottostanno a un sistema sociale di previdenza ben disegnato. È convincimento dell’autrice che la consapevolezza di tali valori sia un presupposto affinché il sistema cessi di essere un elemento di divisione e di risentimento e sia invece l’occasione per una pacificazione che travalichi lo stesso sistema, in un momento storico minacciato da particolarismi e populismi.

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